Diffamazione online

Diffamazione online Offese sui social network e reato di diffamazione: le chat, i post ingiuriosi, i commenti su blog e siti internet, la differenza con la critica. Cass., sent. n. 3148/2019 del 23.01.2019. Se, un tempo, diffamare una persona era un'attività che solo un giornalista poteva compiere, non fosse altro per l'ampia platea di soggetti cui il suo lavoro si rivolge, oggi invece chiunque può commettere tale reato: grazie a internet e soprattutto ai social, si può comunicare con un numero indeterminato di persone sino a portare l'offesa da un lato all'altro del globo in pochi minuti. A dir il vero, affinché scatti la diffamazione è sufficiente dialogare con due persone nello stesso momento ed in assenza della vittima, cosa che potrebbe avvenire in svariate occasioni come, ad esempio, durante una cena tra amici. Ma quando il numero di soggetti coinvolti è limitato e circoscritto, è più facile dimenticare una maldicenza rispetto a quando invece la si diffonde ai quattro venti. E siccome su internet ogni pubblicazione non è sottoposta a preventivo controllo, ecco che la diffamazione online è diventata oggi uno dei reati più commessi. Complice di questa inflazione è anche l'abitudine a usare un linguaggio inurbano e irriverente, quasi fosse un'ostentazione di forza (da cui lo spregevole fenomeno degli haters). A ciò si aggiunge la sostanziale ignoranza, da parte di chi dialoga online, sulle regole del diritto penale e sul confine tra la critica e la diffamazione online. Ragion per cui gli uffici della polizia postale traboccano ormai di denunce per diffamazione online. E così anche le aule giudiziarie si trovano a giudicare su numerosi episodi. Ecco, al riguardo, alcuni chiarimenti forniti dalla giurisprudenza, divisi a seconda dello strumento utilizzato dal colpevole. Indice * 1 Diffamazione sul social network * 2 Diffamazione in chat * 3 Differenza tra critica e ingiuria * 4 Diffamazione su blog o sito internet Diffamazione sul social network Sicuramente, tra tutte le forme di diffamazione online, la più ricorrente è quella che avviene tramite Facebook, Instagram, LinkedIn e qualsiasi altro social network. La Cassazione ha spiegato che non rileva il fatto che un post diffamatorio sia stato pubblicato su un profilo chiuso a una ristretta cerchia di amici: anch'esso infatti fa scattare il reato atteso che, come anticipato, il suo presupposto è la presenza di almeno due persone. La diffamazione scatta anche per chi commenta e, così facendo, si associa al post altrui, riprendendone le parole e lo spirito; lo stesso dicasi per chi lo condivide sul proprio profilo, perpetrando l'illecito e divenendone partecipe. Non si risponde di diffamazione, invece, nel momento in cui si mette un semplice like (anche se il "pollice in su", a volte, è costato il licenziamento al dipendente che ha aderito ideologicamente a una discussione aspra nei confronti del proprio datore di lavoro). Il responsabile del post offensivo su un social non può giustificarsi sostenendo di avere un dovere informativo nei confronti della collettività (ad esempio il post: "Non assumete come dipendente il sig. Mario Rossi: è un ladro"). Invece, rientra nel diritto di critica il post pubblicato sul social network con il quale si "denunciano" i prezzi esosi di un ristorante locale accusando anche di "truffare" sul peso del cibo. Al contrario del giornalista, egli non deve curare le proprie fonti. La diffamazione su un social network è un reato "aggravato" visto che si usa uno strumento di pubblicità che rende possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone. Se il social network non collabora nell'identificazione dell'autore del reato, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. Ad affermarlo è la Cassazione che ha imposto ai giudici di merito di motivare adeguatamente le ragioni dell'archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione online. Il caso riguardava alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta, a seguito del rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l'indirizzo IP dell'autore del messaggio. Il decreto di archiviazione disposto dal Gip veniva però impugnato in Cassazione dalla persona offesa che lamentava l'assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla stessa. Da qui, la pronuncia della Suprema corte che ha imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini. Non c'è bisogno di fare il nome della vittima per aversi diffamazione su un social network. Basta che questa sia individuabile dagli altri utenti. Come chiarito dalla giurisprudenza, il reato di diffamazione a mezzo social network (Facebook) è integrato anche quando la vittima può essere individuata da una serie concordante di elementi indiziari, pur non essendo mai esplicitamente indicato il suo nome, gli stessi elementi che possono consentire di individuarlo come bersaglio anche ad altri frequentatori del social network su cui i post vengono pubblicati. Si pensi al post in cui si denunci genericamente la vincitrice di un concorso in una pubblica amministrazione perché amante di uno dei commissari. Ovviamente, quando la vittima non è un personaggio famoso, si tratta di una cerchia di persone limitata a coloro che per motivi personali o di lavoro sono a conoscenza dei particolari della sua vita privata (ad esempio, l'occupazione lavorativa, il giorno del compleanno, la motocicletta posseduta). Si legge in alcune sentenze che "la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso la bacheca Facebook integra una diffamazione aggravata. La mancata indicazione nel capo di imputazione del nome della bacheca su cui sono state pubblicate le frasi diffamatorie è irrilevante se i dettagli emergono dall'istruttoria dibattimentale". Quanto alle prove per l'imputazione del reato di diffamazione su un social network si può ricorrere allo screenshot e deposito presso la polizia postale della stampa. Gli agenti certificheranno la corrispondenza all'originale. Questa certificazione però può essere anche fatta da un notaio. In alternativa, ci può essere sempre il ricorso ai testimoni che possono confermare di aver letto il post diffamatorio. Si risale all'autore tramite la sua connessione IP. La giurisprudenza sta superando il problema dell'intestazione della linea telefonica o della connessione a internet per ricondurre l'illecito al presumibile colpevole anche se diverso dal titolare dell'utenza (si pensi a un ragazzo che, sfruttando la linea internet intestata al padre, diffami una persona con cui ha un'accesa rivalità). A riguardo la Cassazione ha detto che, nell'ambito della diffamazione via web, e in particolare tramite social network, qualora non sia stato individuato l'indirizzo IP di provenienza, la penale responsabilità dell'imputato deve essere soggetta a una più stringente allegazione probatoria - e ad un più approfondito percorso motivazionale - relativamente agli altri elementi di prova oggetto dell'istruzione dibattimentale, aventi ad oggetto l'attribuzione all'imputato del contenuto diffamatorio. Diffamazione in chat Non c'è bisogno di pubblicare il post sul social per commettere la diffamazione. Il reato può essere integrato anche in caso di offesa su una chat a patto che vi partecipino almeno tre persone. Il fatto che alla chat partecipi anche la vittima non esclude che si parli di diffamazione e non invece di ingiuria (reato quest'ultimo che è stato invece depenalizzato nel 2016). Così ha detto la Suprema Corte. Difatti, sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (e-mail o internet) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l'offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori fa sì che l'addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso. Ciò consente di sporgere querela contro il colpevole (cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse trattato di ingiuria, divenuta ormai un illecito civile). Differenza tra critica e ingiuria È molto difficile stabilire a volte la differenza tra diritto di critica e diffamazione. Ne abbiamo dato un saggio nella guida Diffamazione: quando si configura il reato. La critica deve sempre avere ad oggetto fatti veri o comunque presi da fonti attendibili; deve essere sempre rivolta ad avvenimenti attuali (non potendo ripescare dal passato situazioni ormai superate) e deve essere di pubblico interesse (non si può raccontare l'episodio di una persona che, per il pubblico, non riveste particolare importanza). Ma soprattutto la critica, per non scadere nel reato, non deve rivolgersi in apprezzamenti sulla moralità della persona: non deve cioè essere una gratuita invettiva solo per mortificare o deridere la vittima. L'esposizione del giudizio non deve trascendere in gratuiti attacchi personali, pur potendosi ammettere toni anche aspri e forti, purché pertinenti al tema in discussione. Quindi, ben venga dire che i conteggi fatti dall'amministratore di condominio sono completamente sbagliati e frutto di una mancata conoscenza delle leggi; sarebbe, invece, reato dire che l'amministratore è un corrotto che, nel distribuire male le spese, ha voluto favorire solo alcuni amici. Di recente, la Cassazione ha detto che non commette il reato di diffamazione l'utente che, in un gruppo Facebook dedicato allo scambio di informazioni sui ristoranti, pubblica un finto volantino di un esercizio esistente per evidenziare in maniera satirica l'inadeguata qualità dei servizi e i prezzi eccessivi. Nel caso esaminato, il diritto di critica è riconosciuto a una persona che non esercita un'attività professionale, ma che intende partecipare a un dibattito social sui locali gastronomici della sua città. I giudici hanno chiarito che per i post sui social, come accade per la stampa, per stabilire se viene commesso il reato di diffamazione, occorre bilanciare il diritto di critica con quello all'onore e alla reputazione; va applicato, tra l'altro, il requisito della continenza delle espressioni usate, alla luce del complessivo contesto dialettico in cui vengono usati toni aspri e della loro funzionalità rispetto ai fatti narrati e al concetto da esprimere. Perché sia riconosciuto il diritto di critica occorre che l'opinione espressa sia correlata a un interesse sociale, sia agganciata a fatti veri e venga esposta senza trasmodare in gratuite e non necessarie aggressioni all'altrui reputazione. La Cassazione consente maggiore libertà su Facebook al diritto di critica. È scriminato - perché esercita il diritto di critica - chi, su una pagina Facebook dedicata a raccogliere le opinioni degli utenti sui ristoranti, formula giudizi molto negativi su un locale realizzando un finto volantino che indichi circostanze vere, ma rielaborate in maniera polemica e colorita. Il diritto di critica si concretizza in un giudizio che postula l'esistenza del fatto oggetto o spunto del discorso critico e una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere. Non possono quindi essere punite coloriture ed iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, se queste espressioni sono proporzionate e funzionali all'opinione o alla protesta legittima che si deve manifestare. Diffamazione su blog o sito internet Chiudiamo la rassegna delle ipotesi di diffamazione online con quella avvenuta su un sito internet o su un blog. Questa può avvenire ad opera del titolare del sito, che riporti un fatto riferito a un'altra persona diffamandola, oppure ad opera di un utente che pubblichi un commento. Il titolare del dominio Internet non risponde dei commenti di terzi se non ha predisposto un sistema di previa moderazione: quando infatti i commenti vengono pubblicati in automatico il gestore del blog non è colpevole, ma per lui scatta l'obbligo di cancellazione del contenuto non appena riceve la richiesta della vittima. Diversamente, egli deve ritenersi compartecipe del reato. Viceversa, la sua responsabilità è immediata quando ha moderato il commento e lo ha volontariamente reso visibile al pubblico, approvandolo. Così ha stabilito di recente la Cassazione. "Se il gestore del blog apprende che sono stati pubblicati da terzi contenuti obiettivamente denigratori e non si attiva tempestivamente a rimuovere tali contenuti, finisce per farli propri e, quindi, per porre in essere ulteriori condotte di diffamazione, che si sostanziano nell'aver consentito, proprio utilizzando il suo blog, l'ulteriore divulgazione delle notizie diffamatorie". Nel caso di specie, l'imputato non si era attivato celermente, avendo saputo della pubblicazione sul suo spazio internet di commenti che offendevano gravemente la reputazione del soggetto, addirittura mantenendo, consapevolmente fino a quando non è intervenuto l'oscuramento intimato dall'autorità giudiziaria, le espressioni lesive dell'altrui reputazione. Per la responsabilità personale del blogger "è necessaria una verifica della consapevole adesione da parte di quest'ultimo al significato dello scritto offensivo dell'altrui reputazione, adesione che può realizzarsi proprio mediante la volontaria mancata tempestiva rimozione dello scritto medesimo". La non tempestiva attivazione da parte del titolare, infine, al fine di rimuovere i commenti offensivi pubblicati da soggetti terzi sul suo blog "equivale alla consapevole condivisione del contenuto lesivo dell'altrui reputazione, con ulteriore replica della offensività dei contenuti pubblicarti su un diario che è gestito dal blogger". Ha scritto il tribunale di Caltanissetta: "Non ricorrono i presupposti per la rimozione da un sito internet di commenti negativi e lesivi dell'altrui reputazione con provvedimento cautelare urgente del giudice civile, quando tali commenti costituiscano esercizio del diritto di critica". No, quindi alla rimozione urgente dei post con cui si definisce un'attività "truffaldina". I giudizi negativi pubblicati sui social network non integrano il reato di diffamazione anche se sono espressi in maniera sintetica e icastica, poiché il mezzo lo richiede. Tuttavia, devono essere agganciati a fatti veri e riscontrabili e devono vertere su temi di rilevanza sociale. È illecita e comporta l'obbligo di risarcire il danno la condotta del gestore del sito che non rimuove un articolo di cronaca giudiziaria ritenuto diffamatorio da una sentenza irrevocabile, anche se viene collocato in un archivio informatico accessibile solo agli abbonati.